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Alfredo Monza, l’inossidabile

di Giorgio Bicocchi

MonzaDuecentoventidue partite tutte d’un fiato, senza mai saltarne una. Un fisico d’acciaio, una tempra da guerriero: ecco chi era Alfredo Monza, classe 1912, piombato alla Lazio dopo essere stato un “tigrotto” della Pro Patria. Da li’, “bustocchi” anche loro, sarebbero poi arrivati in biancoceleste, nel corso degli anni, Re Cecconi e Rocchi, a testimonianza che tra Roma e Busto Arsizio non distano mica oltre cinquecento chilometri.

Il decimo primatista per presenze in serie A dell’intera storia della Lazio, Monza. Un terzino arrembante, coriaceo. Un pezzo di storia se è vero che milito’ in biancoceleste dal ’35 al ’43, compagno di Piola. Uno con la testa sulle spalle: investi’ i risparmi in proficue attività commerciali, nel centro di Roma. Rimase legatissimo, una volta finita la carriera, all’ambiente-Lazio. Divenne allenatore, festeggiando, in tandem con Canestri, la salvezza al termine della stagione 1957-58. Quando a Roma arrivo’ da Busto Arsizio “Cecco” gli sembro’ di tornare bambino. Con Luciano costrui’ un rapporto pieno di confidenze e di rispetto. E quando la Lazio di Maestrelli inizio’ a lottare per il titolo gli sembro’ che qualcuno potesse – a distanza di anni – vendicare quell’autentico affronto del destino patito dalla Lazio dei suoi tempi: avere Piola e non vincere neppure uno scudetto.
Monza mori’ il 20 maggio del ’74, tornando da Bologna, su un pullman di tifosi, dall’ultima trasferta di campionato della Lazio appena scudettata. Era oltre mezzanotte quando, sull’autostrada, il pullman dove era seduto tampono’ un rimorchio. Morirono in tre e la tristezza fu immensa, tanto da rovinare giustamente la festa per il tricolore organizzata due giorni piu’ tardi all’Olimpico contro gli argentini del San Lorenzo de Almagro. Legittimo, oggi, a trentanove anni dalla sua scomparsa, rendere onore ad un grande atleta, che, seppur proveniente da Busto Arsizio, si innamoro’, strada facendo, della Lazio e della Lazialità.