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Chinaglia, il ritorno: “Long John, stavolta resti qui”

di Giorgio Bicocchi

giorgio4Aeroporto di Fiumicino, poche ore fa. Il portellone posteriore dell’aereo che si apre, riecco Giorgio Chinaglia. Che per noi mai è morto perché le leggende travalicano ogni cosa. Due giorni con Long John: oggi, domani, nella messa commemorativa e nella successiva tumulazione nella tomba di famiglia dei Maestrelli. “Giorgio, sei tornato”: chiudi gli occhi e, romanticamente, ti sembra quasi di sentire la frase di Tommaso.

“Si, mister, rieccomi”. Avranno tempo per riannodare decenni di forzata lontananza. Romanticismo all’ennesima potenza: la storia della Lazio è soprattutto questa. Prendersi, amarsi, lasciarsi, ritrovarsi. Non è piu’ in fuga, Giorgio, stavolta è tornato per sempre.
Consideriamolo allora un regalo per i laziali delle prossime generazioni. Quelli che tra cento, duecento anni apriranno un libro, consulteranno Internet, digiteranno “Giorgio Chinaglia” sul web, trovandosi davanti una storia romantica e mozzafiato. Il ritorno di Long John tra di noi assomiglia ad una riabilitazione del destino. Che Giorgio, il 1 aprile di quasi un anno e mezzo fa, ci aveva drammaticamente tolto: perché Chinaglia era via, dall’altra parte dell’Oceano, ma faceva parte della vita di ogni laziale che si reputi tale. Grazie a lui aveva visto la luce e si era affermato il concetto di Lazialità. Grazie a lui essere laziali, forse per la prima volta dai giorni dei pionieri di piazza della Libertà, era diventato un vanto. Negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole. Lo scudetto del ’74, l’orgoglio di aver battuto le opulenze del Nord: con i suoi ventiquattro gol e la voglia di non sentirsi mai battuti.
Gli avevamo celebrato un funerale senza bara nella Chiesa del Cristo Re, a viale Mazzini: in migliaia arrivammo quella sera, ancora increduli, lasciando manco uno spillo vuoto nella settimana che annunciava la Pasqua.
Ora ecco il saldo del destino. Che, complice la grandezza d’animo della famiglia Maestrelli e la caparbietà dei suoi compagni di squadra, ha materializzato il prodigio. Unici pensiamo sempre di esserlo: non solo perché sventoliamo i colori del cielo. O perché siamo romanticamente legati alla Polisportiva che vanta il maggior numero di sezioni agonistiche nel mondo. Unici lo siamo perché in 113 anni di vita abbiamo coniugato i nostri destini a storie di sport e di vita che non hanno eguali.

Cartella ChinagliaE l’ultimo ritorno di Giorgio – quel coro “Evviva Long John” che, d’incanto, riecheggerà come se fosse stato urlato solo pochi giorni fa – costituirà il capitolo conclusivo di un romanzo che ha tenuto legati i laziali al proprio condottiero prediletto. Non c’è storia, al mondo, che possa eguagliare ciò di cui, tra poco, tutti i laziali saranno testimoni. Unici, esclusivi, mai banali, appunto.
Ecco perché ci piace credere che il ritorno finale di Long John possa costituire un formidabile volano per raccontare, alle generazioni di aquilotti che verranno, quanto sia bello e profondo legarsi alla Lazialità. Sventolare una bandiera bianca e celeste e sentirsi re. Ad ogni latitudine. Proprio come, da Tor di Quinto, da New York o dalla Florida – anche negli ultimi giorni di vita – amava fare Giorgione.