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Don Juan Carlos Lorenzo, lo scopritore di Long John

di Giorgio Bicocchi

Lovati e Lorenzo-wEuforie smodate, cupi pessimismi. Gioie e preoccupazioni. Felicità e cambi d’umore. Ripensandoci oggi – a tredici anni esatti di distanza dalla sua morte – Juan Carlos Lorenzo (ritratto a lato, in una bella foto, con Bob Lovati) incarnò i cromosomi dei Laziali. Che passano, lo sapete, con disarmante disinvoltura, dalla fiducia alla depressione.

Due promozioni con la Lazio, nella prima e nella seconda metà degli anni Sessanta, quelli in cui conoscemmo, da debuttanti assoluti, la discesa in cadetteria. A Don Juan – vero uomo di calcio, capace di allenare per due volte la Nazionale argentina, vincitore di uno scudetto, in Europa, con l’Atletico Madrid e, alle sue latitudini, di una Coppa Libertadores e di una Coppa Infercontinentale – va il merito di aver intuito, più di altri, che quel gigante che si esibiva sotto al Vomero, nell’Internapoli, Giorgio Chinaglia, avrebbe posseduto il repertorio giusto per ritrovarsi re del gol, in Italia e poi negli USA. Venne accompagnato dal figlio, quel giorno di tanti anni fa, Lorenzo. Che imboccò l’autostrada del Sole, invaghendosi calcisticamente di Long John e di Pino Wilson, anch’egli, come sapete, all’epoca difensore della piccola squadra partenopea.
Fu quello l’inizio di uno straordinario rapporto affettivo che legò Lorenzo al suo pupillo. Che, tredici anni dopo il suo addio alla Lazio avvenuto nel ’71, lo rintracciò su una spiaggia assolata di Miami per offrirgli la panchina della Lazio, appena orfana dell’esonerato Carosi. Si rivelò una scelta scellerata perché Don Juan aveva smarrito i suoi estri, le sue intuizioni e la sua fame di vincere, imbolsito dall’età e dai soldi messi assieme in tanti anni di folgorante carriera.
Quasi duecento partite in panchina con la Lazio, un record. In mezzo promozioni, vittorie commoventi, come il tre a zero inflitto alla Juve a domicilio. O la cinquina rifilata alla Fiorentina Campione d’Italia in carica. O, ancora, l’uno a zero al Milan all’Olimpico, per il primo gol in serie A (contro Cudicini) di Chinaglia, condottiero predestinato. Senza saperlo senz’altro Lorenzo contribuì a costruire la spina dorsale della Lazio che, dopo appena tre anni dalla sua uscita di scena, vinse il suo primo scudetto. Delle scaramanzie di Don Juan si e’ scritto e si è letto a lungo: un classico per coloro che provengono dalle Pampas, dando spunto per i libri di Soriano o Borges.
Resta il ricordo di un sopraffino uomo di calcio, capace di slanci e provocazioni. Soprattutto colui che scelse di legare Long John ai nostri colori, strappandolo al pallone decentrato, offrendogli la ribalta. Perché di Giorgione – è bene sempre menzionarlo – c’è ne e’ stato uno solo…