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Eufemi: “Ecco chi era Humberto Tozzi” (seconda puntata)

di Giorgio Bicocchi

Foto Tozzi-wChe grande Lazio, quella di metà anni Sessanta, vero Memmo? “Lui, Humberto, e poi Selmonsson, Vivolo, Muccinelli, Burini, venuto dal Milan, riciclatosi da noi come grande mezz’ala. Sicuro, erano Lazio scoppiettanti, capaci di piazzarsi alle immediate spalle delle squadre del Nord”. Ma la virtù tecnica più grande di Tozzi quale era? “Lo scatto e la velocità.

Quando saltava un difensore pareva che volasse. Non era un finissimo palleggiatore ma quando partiva non lo prendevi piu’. A chi lo paragonerei, facendo un riferimento agli ultimi giocatori della Lazio, affinchè anche i nostri giovanissimi tifosi possano avere un’idea? Forse a Ruben Sosa, pure lui dotato di scatto e dribbling brucianti”.
Logico allora ricordarlo come lo ritrae la foto acclusa del Centro Studi: a testa bassa, scartando come birilli gli avversari. Quattro anni di Lazio, dal ’56 fino alla prima retrocessione: Tozzi incarnò l’estro, la fantasia al potere. Le prodezze impossibili. I gol nei derbies. La vittoria in Coppa Italia, soprattutto.
Solitamente i brasiliani sono molto religiosi, quasi al limite del fanatismo: era così anche per Humberto? “Si, ma senza esagerazioni. Se, per strada, camminando per Roma, incontravamo una chiesa eravamo soliti fermarci e dire una preghiera”. Chi frequentava in città, Humberto? “Spesso lo venivano a prendere. Lo portavano a cena fuori. I primi anni si muoveva per Roma accompagnato da amici, solo in seguito acquistò un’automobile. Manie particolari nel vestire? Indossava abiti molto sobrii. Aveva un gusto particolare per i maglioni, ricordo. Ma per i vestiti spendeva sempre il giusto”.
Fu lui, con i suoi gol decisivi, il segreto della Coppa Italia del ’58? “Si, credo di si – risponde Eufemi – anche Burini realizzò molti gol prima della finale con la Fiorentina ma l’impatto di Tozzi sulla manifestazione fu devastante. Ricordo i gol al Napoli e alla Roma, nel girone eliminatorio. E quello alla Juve, in semifinale, nel famoso tramonto in cui all’Olimpico presero luce migliaia di fiaccole, festeggiando l’accesso alla finalissima, centrato contro Boniperti e Charles, mica due carneadi qualunque”.
Ma dopo quella finale che accadde? Avete festeggiato fino a notte fonda? “Macchè, a distanza di anni ancora, talvolta, mi domando il motivo. Urlammo tutta la nostra gioia negli spogliatoi. Ma poi niente cene di gala. Niente celebrazioni. Tantomeno la Lazio dell’epoca (il presidente era Siliato, n.d.r.) ci regalò medaglie o attestati. Strano ma vero, anche perché, in fondo, eravamo in presenza del primo trofeo della storia di una società fondata cinquantotto anni prima”.
Lo sai, Memmo, che se il destino fosse stato meno avverso con lui oggi Humberto Tozzi poteva festeggiare ottant’anni? “Certo, sarebbe stato magnifico e forse anche giusto. Il mio amico Humberto non meritava una fine tanto precoce”.