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Eufemi: ‘Vi racconto gli anni più belli della mia vita’ (prima puntata)

di Giorgio Bicocchi

Eufemi in allenamento con Moriggi e Pulici-wIl treno per la stazione Termini passava di buon’ora: perderlo avrebbe significato arrivare agli allenamenti, previsti allo Stadio Torino, in ritardo. Adelmo Eufemi, per tutti ‘Memmo’, si trasferì a Roma, in un attico di Via Appia Nuova, sopra al vecchio cinema New York, quando già aveva avviato il suo lungo romanzo con la Lazio.

Otto stagioni – con l’eccezione di un campionato di B trascorso all’Ardenza di Livorno – in cui Memmo, lentamente, scalo’ le gerarchie della squadra, diventando titolare inamovibile, eccellente tempista, il carattere e la determinazione marchi di fabbrica del ragazzo venuto da Anzio. Uno dei baluardi difensivi di quelle Lazio scoppiettanti che – nei primi anni Cinquanta – si classificarono sovente alle spalle delle corazzate del Nord, centrando eccellenti terzi posti.
Eufemi, classe 1935 ma con entusiasmo di un ragazzino, nell’arco di tre ore intensissime, e’ stato ospite del Centro Studi: ha raccontato – con straordinario trasporto – la sua favola con la Lazio. Accompagnando storie ed aneddoti con ampi gesti delle mani, spesso in piedi, alzandosi dalla poltrona, quasi a dargli maggiore compiutezza. Gli inizi della carriera, i provini prima a Novara e poi a Bologna. Poi la sede di via Fratina, la Lazio che diventa colei che realizza i suoi sogni di ragazzo di provincia. Il legame con il genitori. La scelta tra una occupazione stabile e il tentativo di sfondare col pallone. L’esordio a Napoli, i primi soldi. Il primo contratto. Il tecnico inglese Carver che ne storpia il cognome, chiamandolo ‘Femi’, ma che ne apprezza la lealtà, la sua maniacale applicazione, la sua vita da atleta, senza vizi o concessioni. Era l’unico della rosa della Lazio, Eufemi, a cui Jesse Carver, ad esempio, concedeva – il sabato precedente la gara – di dormire a casa, ad Anzio.
L’amicizia con Humberto Tozzi, brasiliano ricchissimo ma dalla vita senza controllo. Il rapporto leale e franco con Lovati: Eufemi pianse per quasi l’intera durata dei funerali di Bob, nella Chiesa di Ponte Milvio, davanti all’altare dei Laziali che se ne vanno.
La Lazio ideale raggiunto e mai tradito. Apriamo le virgolette, ecco il racconto di Memmo Eufemi: l’oggetto, senza retorica, sono gli anni più belli della sua vita. E’ un inno al pallone che non c’è più e ad una maglia dai colori mai sbiaditi.
Il provino contro Piola – ‘Ci ho pensato spesso in questi anni: se sono diventato qualcuno, se ho regalato, per via dei soldi messi da parte, un po’ di tranquillità economica alla mia famiglia, lo devo ad Angelo Lorenzoni. Chi era, chiederete? Era l’allenatore dell’Anzio che giocava in Promozione. Io, all’epoca, avevo diciotto anni. Dicevano fossi un difensore arcigno, attento. Piedi buoni, senso dell’anticipo: insomma, uno su cui investire. Giocavo in Promozione e già mi chiedevo cosa fare da grande. Mia madre spingeva affinché il calcio, per me, fosse solo e soltanto un hobby. Mio padre, con cui ebbi un rapporto sempre franco, voleva invece che seguissi i palpiti del cuore. Bene, Lorenzoni mi fisso’ un appuntamento a Novara. Un provino contro Piola, pensate un po’, che allora, sebbene un po’ logoro con gli anni, era sempre un fascio di nervi. Superai l’emozione di vederlo in campo, a pochi centimetri da me. Il provino andò bene ma per me Novara, attaccatissimo alla famiglia e a ciò che Anzio rappresentava, era come se fosse in America. La vedevo lontanissima e così l’affare non si fece. Lorenzoni, però, non demorde. Mi ripete: ‘Memmo, hai un avvenire davanti a te. Sei uno stopper che può riciclarsi alla grande anche come terzino. Il Bologna mi ha chiesto di te. Che faccio? Fisso un altro provino?’ Non me la sentivo di mancargli di rispetto. In fondo era uno di quelli che in me credevano ciecamente, mettendoci pure la faccia. E così parto per Bologna, per in altro provino: mi mettono a marcare Cappello, che era un centravanti rognoso, per nulla privo di colpi. Anche stavolta provino superato ma solito dubbio: era giusto lasciare la mia famiglia? E se poi non avessi sfondato col pallone? Il sogno di mia madre era un figlio con un posto sicuro di lavoro. In quei giorni si verifico’ però la svolta: ancora Lorenzoni, ancora la sua caparbia. Telefona al dirigente di allora della Lazio, Mazzitelli. Altro provino, altra promozione. Pacche sulle spalle, consensi. Stavolta però non avrei avuto a che fare con la lontananza di Novara o di Bologna. La Lazio distava appena un’ora di treno da casa. C’erano i miei sogni di ragazzo da concretizzare. Fu decisivo un colloquio che ebbi con mio padre. Memmo, mi disse, devi decidere solo tu. Se le cose, facendo gli scongiuri, dovessero andare male daresti la colpa a me. Decidi tu, noi appoggiamo qualsiasi tua scelta. Così nacque il mio personale romanzo con la Lazio: otto anni, dal ’54 al ’63, togliendo la stagione vissuta a Livorno, grandi campionati, straordinari campioni al fianco, tecnici e maestri di calcio, al contempo. I primi ingaggi, la solidità economica. L’affetto della gente, roba che ancora questa estate, sulla spiaggia di Anzio, ho raccontato a molti ragazzi il senso della mia avventura’.
Io, Tozzi, Carver e Parola – ‘Humberto era centravanti dotato di una tecnica sopraffina. Poteva avere tutto, fini’ che non si gode’ nulla della vita. Gli allenatori mi mettevano in stanza con lui. Io passavo come un ragazzo serio: venivo dalla provincia, tutto quello che avevo ottenuto lo avevo timbrato quasi col sangue. Andavo a letto presto, non avevo vizi, se c’era la partita della domenica entravo praticamente in clausura dal mercoledì. Non leggevo i giornali, non volevo distrazioni. E così spesso mi mettevano in stanza con Tozzi. Lui, lo sapete, era un tipo sgretolato. Con la passione per il bere: andavamo in ritiro e dai camerieri, la sera prima della gara, si faceva portare intere casse di bitter. Una volta andò in campo praticamente sbronzo: non si reggeva in piedi. Aveva una fortuna tra i piedi: non seppe gestirla. Sapete quanto guadagnava all’epoca? Trentatré milioni, una roba da record. Mi fece male sapere da mio cognato – che faceva il tassista a San Paolo, in Brasile – che gli ultimi anni di vita il passo’ a vendere cravatte su un carrettino, vicino alla stazione. Aveva dissipato i suoi soldi in alcool, donne, investimenti sbagliati. Ma era un centravanti che faceva furore, quando era in giornata. Grazie ai suoi gol nel girone eliminatorio contro Roma e Napoli, ad esempio, la Lazio prenoto’ la Coppa Italia del ’58.
Carver, il tecnico inglese, lo ricordo con smisurato affetto. Storpiava il mio cognome, non riusciva a dire Eufemi. Si mangiava le prime due vocali, in campo, in allenamento, in albergo, sul treno mi chiamava semplicemente ‘Femi’. Due sillabe entrate, però, nel mio cuore.
Parola, per finire. Io, da ragazzino, prima di diventare un Laziale tenace, ero juventino. Vivevamo gli anni delle sue proverbiali rovesciate, gesti tecnici e acrobatici straordinari. Lo sapete, seppure per una stagione Carlo Parola vesti’ i nostri colori. E così il primo giorno del suo allenamento al Flaminio, emozionato per essere davanti ad un mito della mia giovinezza, gli diedi del lei. Ragazzo, che fai, disse lui: siamo compagni di squadra, dobbiamo dare tutto per la Lazio. E tu che fai, mi dai del lei? (fine prima puntata)