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Fascetti, auguri! Il partito di Eugenio

di Giorgio Bicocchi

FASCETTI‘Da quando sono piccolo ho avuto un solo partito: il mio’. Si presentò così a Tor di Quinto Eugenio Fascetto, al petto, per ogni laziale che si rispetti, già una medaglia luccicante. Qualche anno prima, infatti, sbancando l’Olimpico con il suo Lecce già retrocesso, aveva ostruito alla Roma la strada verso il terzo tricolore. Iniziò allora un romanzo fantastico, in cui Fascetti, con la tuta biancoceleste addosso, diede tutto se’ stesso.

Al comando del manipolo del -9, guidando poi la squadra che, nel giugno dell’87, conquistò il ritorno in serie A, battendo il Taranto in un pomeriggio intenso e caldissimo. Ecco, a mente fredda, tornando indietro nel tempo, Fascetti avrebbe meritato di giocarsi la serie A sulla nostra panchina. Invece, dopo uno scontro verbale violento avvenuto negli spogliatoi di Arezzo, i fratelli Calleri e l’altro azionista Bocchi avevano già deciso di dargli il benservito, optando per il più diplomatico Materazzi.
Una vita in guerra contro tutti per Don Eugenio, classe ’38, al quale oggi – nel giorno del compleanno numero 75 – e’ doveroso che ogni laziale spedisca un augurio sincero. ‘Gufi, gufi marameo, tutti giù dal Colosseo’, disse un giorno, dopo una vittoria e una settimana passata in trincea, attaccato dalla critica. Non ebbe un grande rapporto con i giornalisti: aveva dato incarico alle due figlie di selezionare gli articoli che gli rivolgevano critiche, ritagliandoli e custodendoli poi nel bagagliaio della macchina. Quelle stesse due figlie che – la sera in cui l’Italia vinse il Mundial dell’82 – ebbero la nitida percezione che il papà non avrebbe più lavorato, avendo ferocemente criticato Enzo Bearzot, dopo la gara di Vigo contro il Camerun, per un asserito ‘non gioco’ della Nazionale. Fu squalificato, pago’ dazio, in silenzio, senza chiedere scusa. Orgoglioso, testardo, coriaceo. In guerra contro tutti, da buon toscano Eugenio e’ stato sempre se’ stesso. Senza reticenze, false ipocrisie. Dicendo sempre quello che pensava. Restano storiche alcuni aneddoti che contraddistinsero il suo biennio romano. Abitava alla collina Fleming e il quartiere gli piaceva perché di giorno non incontrava mai nessuno. ‘Ci vengono solo per dormire’, diceva, evidentemente l’ideale per un orso come lui. Non era schierato politicamente a sinistra, Eugenio, tutt’altro, e allora qualche buontempone, avendolo saputo, gli faceva recapitare ogni mattina a casa la copia de ‘l’Unita”, tanto per fargli iniziare la giornata di traverso.
Costruì una Lazio di ferro, capace di entrare nella storia, salvando prima la categoria, partendo con un handicap mostruoso, e poi salendo in A. Con Fascetti in panchina – con l’accentuato senso di appartenenza che quella squadra, guidata in panchina da un tecnico tignoso come lui, manifestava – l’Olimpico registrava domenicalmente quarantamila presenze abbondanti. Ci eravamo affezionati ad Eugenio: sarebbe stato bello, con lui, giocare i derbies e provare a ridarsi credibilità, come poi gradualmente e realmente accadde. Non successe e il rimpianto fu oggettivamente grande.
Settantacinque anni, un amico biancoceleste che da Viareggio tifa sempre Lazio, in virtù di quel biennio intensissimo. Buon compleanno, mago Eugenio. Da tutti noi.