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Giorgio Chinaglia. Evviva Long John

di Giorgio Bicocchi

Chinaglia_e_Ghio-wTalvolta ci sono decisioni che non possono più essere procrastinate. Un giorno Mario Chinaglia si svegliò a Carrara, volgendo lo sguardo verso Nord e verso un futuro diverso. All’inizio degli anni Cinquanta il destino della famiglia Chinaglia si compì, all’improvviso.
Mario emigrò in Galles, a Cardiff per migliorare le condizioni economiche della moglie e dei due figli, Giorgio e Rita. Tre anni più tardi, nel ’55, anche Giorgio raggiunse il papà. Alla partenza, gli affissero un cartello al collo: c’erano scritti nome, cognome, la città da cui proveniva e la destinazione. Aveva otto anni, Giorgio, e non sapeva che quello sarebbe stato il viaggio che avrebbe cambiato la propria vita.  La vita da emigrante è sofferta ma puo’ anche capitare di immedesimarsi nell’ambiente che ti ospita. Succede, allora, che Greaves stenda l’Italia all’Olimpico e che Giorgio – che ha assistito davanti alla tv, sul divano di casa, allo squillo dei “bianchi” – confessi candidamente a papà Mario di aver tifato per gli inglesi. La delusione è cocente ma dura poco: ci sono belle notizie in arrivo. Mario è prima diventato chef e poi ha aperto un ristorante tutto suo: si chiama “Mario’s Bamboo Restaurant”. Giorgio studia alla Lady Mary’s School divertendosi a giocare, negli intervalli delle lezioni, a rugby. Avrebbe pure un insegnante che lo spinge a fare un provino per diventare, chissà, magari un pilone o un mediano di mischia. Piove spesso, i campi si riducono a poltiglie di fango e Giorgio, sovente, esce dalle mischie con la palla in mano, come un gigante che doma le intemperie.
Lui, però, ha il calcio nel sangue e non ne fa mistero. La sera il papà lo spedisce in cucina a lavare i piatti oppure nella sala grande, a prendere le ordinazioni. Giorgio cameriere, vestito di bianco e il ciuffo spettinato dei capelli: quel giorno di novembre del ’73, poche ore prima di Inghilterra-Italia, molti giornali inglesi ironizzavano sul fatto che, di lì a poco, Wembley avrebbe ospitato trentamila camerieri italiani. Riguardate quelle immagini: nel guizzo poderoso, sulla fascia destra, di Giorgio che propiziò lo storico gol di Capello in casa degli inglesi (prima volta per gli azzurri) c’era tutta la rabbia del ragazzo che aveva dovuto lasciare casa per inventarsi un lavoro, inseguire un sogno, assecondando gli auspici della propria famiglia.
Pallone, magnifica ossessione. In una di quelle partite tutte muscoli e calci, giocate in Galles, sotto un cielo plumbeo, capitò che un osservatore dello Swansea notasse i movimenti di Giorgio. Anche qui Giorgio si contraddistinse optando per lo Swansea e non per il Carfiff City, il club piu’ opulento e aristocratico della città. L’orgoglio di essere minoranza: Chinaglia inventò il tifoso laziale che lo amò persino più di Piola, che, peraltro, resta leggenda unica e luccicante.
Le prime partite, Giorgio sgomma, sbraita, ha voglia di bruciare le tappe. Bobby Charlton è l’idolo della sua giovinezza. La Lazio è ancora una meteora sconosciuta. Dopo sei presenze messe assieme, il presidente dello Swansea decide pero’ di svincolarlo. In Inghilterra quando un club svincola un giocatore vuol dire che non crede in lui, rinunciando persino a raccattare qualche sterlina. È una sorta di oltraggio, una ferita che, per chi non ha carattere, sanguina e fa male. Ma Giorgio è Giorgio, mica un carneade. L’animo è quello dello scozzese in terra inglese, sempre in perenne litigio con gli altri. Rialza la testa, in maniera impetuosa. Il papà Mario riannoda i contatti con l’Italia: la Massese gli concede fiducia. Per tre anni, proveniendo da una federazione straniera (così allora recitavano i regolamenti), Giorgio avrebbe dovuto militare in serie C. Solo al termine di questo mini-segmento temporale – se i buoni auspici fossero stati corroborati dai fatti, ovvero dai gol – la sua carriera di livello avrebbe potuto decollare.
A Massa si presenta uno strano tipo: giacche di tweed, pantaloni a tubo, bombetta in testa. Chi è quel gigante che passeggia in riva al Tirreno, scrutando il mare, cercando un approdo all’orizzonte? Giorgio non sembra davvero un ragazzo italiano. Eppure gioca, diventa scaltro, mostrando qualità combattive mica da sottacere. Trentadue presenze, cinque reti e tanta generosità: ecco il biglietto da visita italiano. Parte per il servizio militare, destinazione la Compagnia Atleti della Cecchignola. Pesa tantissimo, quasi un quintale. L’Internapoli lo acquista per cento milioni. Segna subito dieci reti: a Napoli, in fondo, si trova bene. Conosce Connie, sorella di Mike Eruzione, campione statunitense di hockey su ghiaccio. E la figlia di un ufficiale della Nato. Nasce un legame profondo che, ironia del destino, si inaridirà proprio negli Usa quando Giorgio decise di lasciare la Lazio per diventare il re della neonata Lega americana di soccer.
Quattordici reti messe a segno il terzo anno: prestazioni sempre migliori. Il ragazzo è grezzo ma su di lui conviene investire. Arriva la convocazione per la Nazionale azzurra di serie C. Carletto Galli, l’allore diesse della Lazio, piomba a Napoli in gran segreto offrendo duecento milioni di lire per Giorgio e Pino Wilson. Affare fatto, nonostante, da Roma, Lorenzo cercasse fino all’ultimo di convincere Lenzini ad acquistare Tomi.
Primo allenamento al Flaminio, chi c’era ancora ricorda i palleggi sgraziati di Giorgio. Era dunque questo il centravanti promesso, il gigante capace di invertire il destino? Il ragazzo però non demorde. Esordisce in A e, contro il Milan Campione d’Europa, a metà della ripresa, scappa a Malatrasi e buca Cudicini. È il suggello, la consacrazione. I dubbi si sciolgono lasciando il passo alle certezze. Eccolo il centravanti auspicato, quello capace di caricarsi sulle spalle un mondo intero. Quello di un club che ha vinto appena una Coppa Italia in quasi settanta anni di storia. Passa un mese e, sempre all’Olimpico, Chinaglia rifila pure una doppietta alla Fiorentina Campione in carica.
Da allora, fino alle fine, saranno gol, emozioni, bravate, una vita condotta sempre a petto in fuori. Vittorie, amarezze, sconfitte. Partenze e ritorni. Delusioni cocenti e rinascite impetuose. Fiumi di ricordi e di passioni travolgenti. Prepotente, rissoso, attaccabrighe. Buono e guascone. Ha vissuto in modo irruento, Giorgio, senza diplomazia. Una esistenza bellissima, maledetta, contraddittoria. Dai sassosi campi di calcio in Galles passando per San Siro, l’Olimpico, Roma, i grattacieli di New York, la luminosa casa sull’Hudson, annichilito dalla nostalgia per la Lazio e la sua gente. La favola del ragazzo emigrante che era diventato re. In Italia e al di là dell’Oceano. Senza scorciatoie. Ingoiando critiche e giudizi taglienti.
Pur essendo diventato qualcuno, in America, la mente era sempre rivolta al passato. Il fallimento nell’esperienza da Presidente fu una zavorra terribile che, ancora in queste ultime settimane, l’assaliva. Un vulcano di eruzioni vere, quello che trascinò la Lazio al primo titolo. Indiscutibilmente il suo. Per questo “Evviva Long John” non è e non può essere un mesto commiato ma solo una eredità biancoceleste tutta nostra. Da tramandare tutta d’una fiato. Senza reticenze. Perché Chinaglia è morto ma vivrà chissà ancora per quanto.