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Giorgio Vaccaro. “Alla fusione non ci sto”

di Giorgio Bicocchi

Tutto il potere al fascismo: lo slogan divenne realtà. Il Presidente del CONI sarebbe stato nominato dal Capo del Governo su proposta del Segretario generale del partito e i presidenti delle Federazioni sportive sarebbero stati nominati dal Segretario generale del partito su proposta del Presidente del CONI.

Scacco matto, in pratica, all’autonomia delle società sportive che, da allora, una volta che l’editto fosse stato applicato, avrebbero perduto d’incanto la capacità di gestire i propri destini.
Lo scenario era questo e così, quando alla sede della Lazio, arrivo’, per telegramma, la convocazione dei federali il pensiero non potè che correre a quanto, nel mondo dello sport, stava accadendo. Erano gli anni in cui, nel calcio, il divario tecnico tra le squadre del Nord e le compagini del centro-sud spingeva a fondersi, per provare a cercare, almeno, di essere più competitive. Uno dei soci fondatori della Lazio, Olindo Bitetti, che fu pallanuotista, calciatore biancoceleste ed anche giornalista de “La Gazzetta dello Sport”, entrò come una furia nella caserma Magnanapoli, irrompendo nell’ufficio del Capo di Stato Maggiore della Decima Zona della milizia, il console generale Giorgio Vaccaro.
Il calcio romano si era ormai ridotto a quattro società, una volta registrate le fusioni dell’Audace e della Juventus nell’Alba e della Pro Roma e della Romana nella Fortitudo. La Lazio, forte della sua lontanissima investitura, capeggiava il drappello. Poi venivano, distanziate per lignaggio e tradizione, Roman, Alba e Fortitudo.
La Lazio possedeva, sin dal 1914, il suo impianto, il mitico Stadio della Rondinella. Sorgeva nell’area che oggi collega la Curva Nord del Flaminio alla calotta del Palazzetto dello Sport di piazza Apollodoro. Era lo stadio in cui, in futuro, avrebbe giocato ed esaltato Piola. Era l’impianto in cui Sclavi, volando da un palo all’altro, prenotava la leggenda. Come Fulvio Bernardini. La Lazio resse come un dono prezioso lo stadio della Rondinella: ne incarnava lo spirito, l’essenza. Quel legame, con un impianto ma anche con la città, durà fino al 1957, quando un incendio divampò e ridusse a cenere gran parte di quelle tribune.
La rievocazione dello stadio della Rondinella diventa fondamentale in questa storia, in cui la Lazio, seriamente, rischiò di perdere la propria storia e i propri valori, accorpata, per espresso volere della politica, in un altro club, smarrendo addirittura i colori sociali e cancellando il legame con l’impianto che custodiva decine di storie ed aneddoti struggenti.

Giorgio Vaccaro, che fu capo della Milizia fascista a Roma, era giunto da bambino nella Capitale. Piemontese, eccellente atleta, abbracciò da ragazzo gli ideali dei pionieri e dei fondatori. Classe 1892, come dire che aveva otto anni quando il sottotenente Bigiarelli, sulla panchina di piazza della Libertà, inaugurò la piu’ romantica delle storie della nostra città. La sua, con la Lazio, sarebbe stata una fantastica avventura, protrattasi per la vita intera. Presidente del club per una stagione, dal ’64 al ‘’65. Poi, addirittura, Presidente Generale della società, carica ricevuta nell’82, un anno prima di andarsene.
Fu lui, con arguzia e tempismo, a sventare, in poche ore, un autentico golpe ai danni del primo club della Capitale. L’idea della fusione tra tutte le squadre della città era venuta al segretario federale di Roma, Italo Foschi. Era un ovvio rimpianto del regime, in quegli anni, registrare che nessun scudetto era stato ancora vinto nella Capitale: invece che rafforzare la tradizione, si provò a scegliere la strada più breve per emergere. O, almeno, provare a farlo. E così Alba, Fortitudo e Roman aderirono alla proposta. Si fusero e diedero luogo all’Associazione Sportiva Roma. Optarono per colori diametralmente opposti a quelli che la Lazio, ventisette anni prima, si era donata: scelsero infatti i colori della città, il giallo e il rosso. Il piano prevedeva ovviamente anche la partecipazione della Lazio. L’uso dell’avverbio “ovviamente” è appropriato perché i tre clubs – che si sarebbero fusi in un unico sodalizio – non possedevano un proprio stadio. Avevano cosi’ pensato alla Rondinella, che, per la sua storia e il suo prestigio, anche negli anni a seguire ha sempre rappresentato un grandissimo vanto per la Lazio. All’epoca, lo stadio della Rondinella era reputato il più idoneo – in virtù di una capienza elevata – ad ospitare il seguito di folla che, inevitabilmente, una fusione così congegnata, quattro anime racchiuse in una soltanto, avrebbe sprigionato.

Vaccaro ascoltò sbigottito le proposte di Foschi. La nuova squadra si sarebbe chiamata Roma. I colori sarebbero stati il giallo e il rosso. Il campo sarebbe stato quello della Rondinella. Era previsto che nessun giocatore della Lazio di allora sarebbe stato assorbito nella neonata società. Una serie di colpi al cuore: in sostanza la Lazio non sarebbe più esistita.

Vaccaro – ci piace credere romanticamente sorretto dal peso della storia, dei pionieri, dei fondatori e dei caduti durante il primo conflitto mondiale – ricordà che una società, che era stata appena sei anni prima (nel 1921) eretta Ente Morale per le sue benemerenze sociali, culturali e sportive, non poteva naufragare, smarrendo le proprie origini, a beneficio di un neonato sodalizio che neppure avrebbe sventolato i propri colori. “Caro Foschi, se proprio vogliamo creare una nuova società, facciamolo. Ma chiamiamola Lazio, con i colori biancocelesti e con lo stadio della Rondinella”.
Il federale Foschi incassò con stile. Il progetto svanì, non si consolidò totalmente. La fusione andò in porto, senza però riguardare la Lazio, a cui doveva per forza spettare la progenitura. Così quella fusione ingiusta e senz’anima venne scongiurata e quando – in un giorno, ancora oggi imprecisato, di luglio – vide la luce (a tavolino) la Roma, la Lazio era, come sempre, ad allenarsi sul campo della Rondinella per iniziare la sua ennesima stagione calcistica. Sotto un cielo bianco e celeste.