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Jesse Carver: successi, Lazio e sandali

di Giorgio Bicocchi

CarverCome ricorderebbe, chi l’ha conosciuto a metà degli anni Cinquanta, Jesse Carver? Come un inglese, innanzitutto. Attento alle piccole cose. Un uomo educato e colto. Ma pure un po’ bizzarro, se è vero che, in tuta o in divisa sociale, col cappotto, la giacca o la cravatta, amava indossare sempre un paio di sandali portafortuna. Fu tecnico accorto, eccome, perché faceva praticare un calcio essenziale alle squadre che allenava.

Ottimizzando le risorse a propria disposizione. E in quelle Lazio – che si avvicinavano alla conquista del primo trofeo della storia (la Coppa Italia del ’58) ma pure alle sciagure dei primi anni Sessanta, coincise con i deficit economici e, soprattutto, la caduta in serie B – la classe, l’estro e la fantasia non mancavano davvero.
Jesse Carver, classe 1911, in carriera centromediano dal fisico possente, aveva già allenato in Italia, guidando nell’ordine, Juventus, Marzotto (il club veneto di Valdagno) e Roma. Si, anche la Roma. Come sarebbe accaduto, trenta anni dopo, ad Eriksson, prima giallorosso e poi biancoceleste scudettato.
Carver arrivo’ alla Rondinella nel gennaio del ’56, trovando una squadra che navigava nei bassifondi della classifica. Restituì coraggio, voglia di giocare. Puntando molto sulla preparazione fisica (la squadra inanellava, ogni giorno, decine di giri di campo) e sulla psicologia. La Lazio recupero’ posizioni su posizioni, piazzandosi al terzo posto. Stessa graduatoria la stagione successiva, conclusasi nella primavera del ’57. Era, oggettivamente, una bellissima Lazio, quella, composta, tra gli altri, da Lovati, Molino, Tozzi, Selmonsson, Burini, Muccinelli, Vivolo, Bettini, Fuin.
Oppressa dai debiti, vivendo al di sopra delle proprie possibilità, la Lazio non poteva avere futuro. Baruffe furiose si susseguirono in società, gli stipendi iniziarono ad essere pagati con consistente ritardo. Non c’era un progetto, insomma abusando di un termine attuale. E così Jesse Carver, il tecnico inglese che fece vivere alla Lazio due stagioni magiche, preferì andare all’Inter. Sarebbe tornato a Roma nel ’61, chiamato al capezzale di una squadra ormai in caduta libera, protesa (purtroppo) verso la prima, cocente retrocessione. Il miracolo non avvenne ma Carver, allenatore sagace – capace di plasmare Lazio sempre a ridosso delle corazzate del Nord – lascio’ in dote un ricordo dolcissimo.