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Juan Carlos Morrone. Un “gaucho” tra noi

di Giorgio Bicocchi

“Garantisco io per lui. Provatelo, anche gratis. Non è un bidone”. Felix Latronico era un mediatore internazionale, uno di quelli che poteva assicurare, grazie alla cerchia delle sue amicizie, un futuro importante a tantissimi giocatori argentini. In Italia aveva già portato Lojacono e Sivori, mica due carneadi. L’oggetto di quelle frasi ad effetto, pronunciate da Latronico all’interno della sede della Lazio nell’autunno del ’60, era Giancarlo Morrone. Quella che si stava profilando, in verità, sarebbe stata una delle più sciagurate stagioni biancocelesti. Già ultima in classifica, la Lazio avrebbe conosciuto, nel successivo mese di maggio, la prima, cocente retrocessione in serie B.
La favola di Morrone iniziò così, dal biancoceleste dell’Argentina ai colori del cielo della Lazio, accanto a lui un mucchio di macerie. E fu, riavvolgendo il nastro dei ricordi, a oltre sessant’anni di distanza, una di quelle avventure magiche, coinvolgenti. Perché Morrone non fu solo un giocatore, un allenatore ma uno dei personaggi che mai tradirono la Lazialità. Facendone, anzi, un inno ed uno stile di vita.
Chissà se, giocando nella Platense, una squadra a nord dello smisurato quadrante di Buenos Aires, immaginava che il suo futuro sarebbe stato dall’altra parte dell’Atlantico. E si sarebbe in gran parte snodato a Roma, alla Lazio. Quel ragazzino, nato nel febbraio del ’41, aveva colpito per la varietà di colpi e la classe sopraffina. Gli argentini, un popolo di sognatori, gli avevano affibbiato il soprannome di “Gaucho”. Si, perché Giancarlo camminava un po’ con le gambe larghe, alla stregua dei mandriani delle sterminate “pampas”. Quarantasei gol segnati in due anni, dall’esordio, avvenuto quando ne aveva diciassette, al giorno della partenza per l’Italia.
Terra promessa e nel suo destino, peraltro, perché il nonno paterno era nato a San Gregorio di Ippona, in provincia di Catanzaro. E così, un giorno di dicembre, Felix Latronico lo passo’ a prendere a casa per portarlo all’aeroporto. La Lazio, allora, aveva dato il suo assenso, provando ad invertire, con un colpo ad effetto, il corso di una stagione altamente deficitaria. La società gli aveva trovato una stanza in Lungotevere Flaminio, poco dopo il Ministero della Marina.
Morrone, non avendo ancora compiuto ventidue anni, venne tesserato, in coerenza con le normative dell’epoca, come “oriundo”. La Lazio vinse le diffidenze iniziali, avendo ancora negli occhi le prestazioni malinconiche di Guaglianone, un altro che era stato dipinto come “oriundo” e che mai incise, lasciando invece spazio a commenti sprezzanti. Giancarlo, lentamente, come fosse un diesel, vinse la sua personale battaglia. Quattro reti realizzate nel breve segmento da gennaio a maggio, in una Lazio già virtualmente retrocessa all’avvento della primavera. Poi un torneo completo in serie B: la stagione in cui Morrone si impose completamente, ripetendo, in pratica, pur dall’altra parte del mondo, le luccicanti stagioni vissute (da protagonista) con la Platense. Quattordici gol, partendo da seconda punta o trequartista. Un epilogo infame, quell’anno, contraddistinto dalla mancata promozione per via del famoso gol di Seghedoni non convalidato dall’arbitro Rigato in un Lazio-Napoli disputato al Flaminio.
A distanza di anni, peraltro, va dato un merito postumo all’allenatore dell’epoca, Todeschini. Fu lui a battersi per la conferma, nel ’61, di Morrone. La Lazio, infatti, aveva deciso di rispedirlo in Argentina, anche (o soprattutto) per non pagare il costo del suo cartellino. Mai intuizione fu piu’ decisiva. Perché Morrone, con le sue 261 presenze complessive, tra campionato e Coppe, in nove stagioni vissute in maglia biancoceleste, diventerà uno dei giocatori piu’ fidati della storia del club.
Il giocatore c’era, eccome, esibendo virtù a raffica. E Giancarlo, con la forza della classe, fu uno degli artefici della successiva promozione, avvenuta nel ’63. Fu proprio un suo gol alla Pro Patria (e alla fine della stagione saranno complessivamente dieci) a scandire il meritato ritorno in A, in un Olimpico vestito a festa.
Ma, dopo un’altra stagione vissuta in A, le casse societarie erano esangui e la Lazio, come spesso è accaduto nell’arco della sua storia, decise di cedere uno dei suoi gioielli per assicurarsi la sopravvivenza. E cosi’ Giancarlo percorse duecento chilometri, sbarcando sull’Arno, indossando per due stagioni la maglia viola. Emigro’ a Firenze a fronte di una cifra importante: trecento milioni piu’ i cartellini di Bartu’ e Vitali. E, in viola, confermo’ il suo bagaglio. Duettava spesso con Hamrin, segnando o, piu’ in particolare, facendo segnare. Alzo’ al cielo una Coppa Italia, una Mitropa Cup. Soprattutto conobbe Gigliola, ragazza esuberante che ben si compensava con i suoi silenzi. Ma la Lazio e il suo mondo avevano fatto breccia. E cosi’ quando Umberto Mannocci lo chiamo’ per tornare in biancoceleste decise all’istante. Da allora inizio’ la seconda avventura del “Gaucho” alla Lazio. Soprattutto colorata di bellissime storie di amicizia. Come quella con Bob Lovati, che divenne una sorta di fratello maggiore, spronandolo – ed è il prosieguo di questo ritratto – a diventare allenatore. Con Flamini che, ogniqualvolta lo vedeva meditabondo piu’ del solito, se lo portava a cena nella consueta trattoria del Centro, parlando di Baires e dell’Argentina. Con Renato Ziaco ebbe un altro rapporto speciale, fatto di complicità e confidenze. Lo stesso con Paolo Carosi, l’amico piu’ vero, tanto da aprire con lui pure una pompa di benzina, sulla Flaminia.
Con Long John bastava uno sguardo per capirsi: una frase di Giancarlo (“io credevo a Giorgio anche se lui mi diceva che i maiali volavano”) rende, meglio di altro, il senso di quell’afflato. Bello e struggente, anche a distanza di decenni.
Quando, nel ’71, lascio’ Tor di Quinto, passo’ prima al Foggia e poi ad Avellino, lasciando pero’ a Roma la famiglia. Era destino che la Lazio dovesse soccorrerlo e il rapporto dilatarsi, fino a diventare un autentico cordone ombelicale. Un giorno dell’autunno del ’73, in Irpinia, senti’ una fitta al ginocchio. Diagnosi infausta: rottura del tendine rotuleo del ginocchio. Cosi’, da poco compiuti trent’anni, decise di mollare tutto, abbandonando gli scarpini e ricordandosi di quell’auspicio dell’amico Bob. Una sera, nel quartiere Prati, il notaio Gilardoni gli presentò Di Stefano, l’allora Presidente del settore giovanile. “Franco, aiutiamo il Gaucho. Vuole fare l’allenatore. Che possiamo fare?” In quei tempi la Lazialità non era valore sbandierato solo a parole: se un ragazzo era in difficoltà ed aveva dato molto, in passato, alla causa era quasi un dovere venirgli in soccorso. Di Stefano lo guardo’ negli occhi e gli affido’ i “Giovanissimi”. Morrone inizio’ a lavorare con i giovani. Tre anni dopo ecco il titolo italiano, conquistato con la “Berretti”. Indizi che fanno prove: ormai era acclarato dai fatti che Morrone, con i giovani, ci sapesse fare. Quando Carosi riceve una telefonata da Sibilia per allenare l’Avellino, per Morrone si schiudono le porte della “Primavera”. Erano le stagioni in cui l’intera filiera di allenatori della Lazio, dalla Primavera in giu’, era costituita da tecnici che avevano il biancoceleste nel cuore. E cosi’ Morrone lavora, incide, lascia un’impronta. Non piu’ da giocatore ma da tecnico. Si iscrive al Corso di Coverciano per diventare allenatore di prima categoria, dividendo le ore di svago con altri due allievi, Sacchi e Fascetti. Nel ’78, quando Lovati, è il capo-allenatore della prima squadra, diventa suo vice. E lo stesso gli chiede di fare Castagner.
Quando il tecnico umbro, nel gennaio successivo, venne esonerato il “Gaucho”, sempre suo “secondo”, si sentiva la prima squadra in tasca. La società decise di affidarla invece a Clagluna, dandogli una solenne delusione. Ma chi possiede una Lazialità autentica vive per poco tempo gli schiaffi del destino. E cosi’ il destino lo scaraventa ancora in prima pagina. Stavolta da nocchiero. Clagluna viene licenziato nella primavera dell’83 e Morrone, sia pure a corredo di poche partite, è il protagonista del ritorno in serie A. Quando Chinaglia fa squillare dagli Usa il vecchio telefono a gettone del centro di Tor di Quinto – annunciando un ritorno che porterà ventimila persone all’aeroporto di Fiumicino per accoglierlo come un re – Morrone è li’, in prima fila, per guidare la Lazio, debuttando a quarantadue anni, da tecnico, in serie A. La sua squadra batterà tre a zero anche l’Inter di Rummenigge, scivolando pero’, prima di Natale, verso le zone minate. E’ lo stesso Long John, per il bene supremo della squadra, a comunicargli l’esonero, attenuato dall’arrivo in panchina di un amico di vecchia data come Carosi.
Giancarlo non molla, non puo’ perché Roma e la Lazio sono tutte le cose che ha. Si ritrova tecnico della Primavera e, dopo due finali perdute, la conduce allo scudetto nell’87, pareggiando col Toro in trasferta e poi battendolo al Flaminio, complice pure l’urlo di ventimila tifosi. Uno screzio con Calleri apri’ le porte al divorzio. Moggi, una sera, in un ristorante di via Veneto, gli presento’ Corrado Ferlaino. Quattro anni a Napoli, allenando la Primavera, vivendo a Soccavo, amico di Maradona, che lo chiamava “Gaucho”, regalando diecimila lire ogniqualvolta un suo allievo centrava il “sette” su punizione.
Un rimpianto legittimo che un personaggio come lui abbia vinto poco con la squadra del suo cuore, mai tradita. Oggi Morrone vive a Riano, assaporando la Lazio solo davanti alla tv. Se solo all’Olimpico ci fosse un settore della Monte Mario riservato ai giocatori di un tempo – quelli che hanno dato senza mai chiedere – sarebbe in prima fila. Perché per il “Gaucho” – il nostro “Gaucho” – la Lazio è stato un bellissimo dono.