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La pallanuoto. Le calottine dorate

di Giorgio Bicocchi

Antonelli era veneziano, giocava in porta ed era un play-boy impenitente. Sguardo fiero e petto villoso, contava le sue fiamme, cambiandole come le camicie d’agosto.

Gionta e Ceccarini componevano la “metà campo di ferro”: polmoni e potenza, assieme costituivano una diga. Pucci era il martello della squadra: quasi due metri di altezza, gli bastava mulinare le braccia per diventare l’incubo di qualsiasi difesa. Baccini rappresentava il collante col passato: lui, nel ’45, aveva pure vinto uno scudetto biancoceleste, poi misteriosamente revocato. Virno era soprannominato “il dottore”: si allenava in piscina e poi correva a studiare. Di li’ a poco sarebbe diventato un famoso oncologo. Peretti si cuci’ lo scudetto e poi varco’ l’Oceano per studiare ingegneria: un futuro da capitano d’industria lo attendeva. Gambino era il portiere della Nazionale che, ai Giochi di Helsinki del 52’, vinse il bronzo. Per vivere quella fantastica avventura in biancoceleste lascio’ l’area di porta per riciclarsi, con grande successo, difensore. Berenga era il cucciolo del gruppo ma non per questo la sua presenza fu di complemento.
Eccoli, i magnifici nove. I custodi dell’unico scudetto della pallanuoto biancoceleste, timbrato nel ’56. Bello allora, oggi, a pochi giorni dal trionfale ritorno della Lazio in serie A1, nell’elite che le appartiene, riavvolgere il nastro di quell’avventura.
Il segreto di quella squadra? “Tutti i componenti. Eravamo davvero forti, quasi tutti nazionali”, racconta Salvatore Gionta che, nato a Formia, in riva al mare, aveva quasi un conto da saldare con l’acqua. La sua carriera fu costellata di trionfi perché qualità e carattere erano da predestinato: Campione d’Italia con la Lazio, poi, soprattutto, Campione Olimpico ai Giochi di Roma ’60. La vittoria del gruppo, certo, che pero’ presentava interpreti di classe cristallina.. Franco Baccini, una delle istituzioni del nuoto biancoceleste, per vent’anni pure direttore tecnico della Nazionale femminile, non ha dubbi. “Paolo Pucci fu una sorta di talismano. Alto due metri per novantadue chili. Un tormento per qualsiasi portiere o difensore. Ragazzo schivo, ombroso ma assolutamente decisivo in vasca. Ma pure Gambino stupi’ tutti – prosegue Baccini – Con la Nazionale vantava un palmares di grandissimo spessore e invece gioco’ quel campionato da difensore perché Antonelli, in porta, abbasso’ letteralmente la saracinesca. Aveva un fisico bestiale”.
E la festa scudetto dove si svolse? Baccini non sforza la memoria. “Il Presidente della Lazio Generale, Costantino Tessarolo, organizzo’ un grande ricevimento alla Casina Valadier. Ci regalo’ una medaglia commemorativa. Poi trascorremmo il resto della notte in giro per Roma. Tutti assieme”. Premi particolari? “Niente soldi, eravamo felici con un orologio o una cravatta. Quando viaggiavamo in trasferta ci servivamo della prima classe, in treno, vero. Ma, per tournee o gare amichevoli, eravamo contenti quando gli organizzatori ci passavano gratis pranzo e cena”.
I magnifici nove erano allenati da Camillo De Giovanni. Il direttore tecnico era Sergio Catalani. Il Presidente l’Ingegnere Renzo Nostini, destinato a reggere il ponte di comando della Lazio Nuoto (e non solo) per lunghi, meravigliosi cinquantaquattro anni.
Lo scudetto della pallanuoto coincise in un contesto di eccellenze complessive biancocelesti. Felice Virno ne spiega il motivo. “Il nuoto era il fiore all’occhiello della Polisportiva e dunque anche della città. E cosi’ il programma prevedeva che, prima di una partita di pallanuoto, il pubblico applaudisse i tanti campioni del nuoto esibirsi nella vasca piu’ grande, spesso demolendo record o sfiorandoli per un sospiro”. La piscina dello stadio Torino gremita come un uovo: il torneo di pallanuoto si svolgeva d’estate e capitava che molti romani, in vacanza ad Anzio e sul litorale, tornassero apposta in città per assistere alle partite.
Virno chiude gli occhi e quasi rivive quelle atmosfere. L’odore del cloro, la collina dei Parioli sotto le stelle, proprio sopra lo stadio Torino. “Per la partita conclusiva c’erano ottomila tifosi. I circoli fiumaroli erano in prima fila: io stesso sono nato, come pallanuotista, nel circolo del Ministero degli Esteri. Per vederci arrivavano dal mare ma pure dagli altri quartieri della città. Ci eravamo meritati molti titoli sui giornali: non eravamo celebri ma ci mancava poco”. Allenamenti condotti, il mattino, all’interno della piscina dei Canottieri Lazio, sul Lungotevere, mentre il pomeriggio il gruppo rifiniva gli schemi al Foro Italico o all’Acquacetosa, in piscine omologate per la pallanuoto.
La partita decisiva? Contro la Canottieri Napoli. Una sorta di spareggio: dentro o fuori. Chi avesse prevalso sarebbe diventato Campione d’Italia. “Vincemmo quattro a uno. Allora c’erano due tempi di gioco da sette minuti l’uno. Doppiette di Gionta e Peretti”. Cosi’ Baccini, il saggio del gruppo, rappresenta l’ultima fatica. Trionfo senza macchia, testimoniato da numeri inoppugnabili, puntualmente recitati da Salvatore Gionta. “Giocammo sedici partite, ne vincemmo tredici e ne perdemmo tre. Non avevamo mezze misure. Segnammo sessantatrè reti e ne subimmo ventisette, difesa meno perforata del torneo assieme alla Canottieri”. Le rivali piu’ forti, piegate dai biancocelesti? I detentori uscenti del titolo, il Camogli. E poi Canottieri e Rari Nantes Napoli. Oltre alla Florentia.
Vincere un titolo di pallanuoto parve una logica forma di risarcimento del destino. Già, perché la Lazio, nata sul Tevere, aveva, nei suoi primissimi anni di vita, monopolizzato la vita sul fiume. L’acqua non poteva incutere timore se è vero che nel 1901 l’inglese Jarvis, campione olimpico di nuoto di passaggio a Roma, volle, un giorno, nel laghetto di Villa Borghese, spiegare a giovanotti vestiti di bianco e celeste proprio le regole della pallanuoto. Ecco perché, per via di un riconosciuto lignaggio, della forza della tradizione e del passato, sembro’ un oltraggio che la Lazio avesse dovuto attendere oltre mezzo secolo per festeggiare un titolo nazionale in una disciplina che, a Roma e nel Centro-Sud, l’aveva vista splendida (ed unica) antesignana.