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Mario Frustalupi. Un genio mai banale

di Giorgio Bicocchi

Mario Frustalupi visse da solo, a Roma, nei suoi tre, folgoranti anni di Lazio. La famiglia era rimasta a Genova e cosi’ al “Frusta”, quando non organizzava cene a casa propria, piaceva, di sera, rigorosamente all’inizio della settimana, con l’impegno della domenica ancora lontano, indugiare per i vicoli di Roma, assaporando il fascino della città. All’epoca strinse una bella amicizia con Angelo Tonello, lo storico dirigente della Lazio Calcio, portato in società da Umberto Lenzini. Divisi da pochi anni d’età, entrarono in sintonia. Parlando di Lazio e non solo davanti ai piatti tipici della cucina romana. “Per carità, Mario assaggiava soltanto. Non era un mangione, solo un grande professionista. Piu’ che il cibo era incantato dalle atmosfere che solo quelle trattorie degli anni Settanta sapevano emanare”, ha raccontato Tonello dal suo eremo di Poli, la mente che, veloce come il vento, riannodava il nastro di quelle serate trascorse in allegria nel ritrovo di Porta Settimiana dove, ad esempio, si esibiva Pino, il chitarrista di Gabriella Ferri. Erano gli anni, quelli, in cuila Ferri spopolava sul Primo Canale della Tv di Stato con il programma intitolato “Dove sta Zazà” e dove l’austerity, la crisi economica e petrolifera, città intere, al buio, per risparmiare oppure in bici, erano oggetto di stornelli scanzonati.

Ma Mario era un ragazzo attento pure alla cose della vita. Alla politica, ad esempio. Socialista convinto, aveva rinfacciato piu’ volte all’allora Segretario del Partito, De Martino, l’eccessiva sudditanza nei confronti del Partito Comunista. “Era un piacere starlo ad ascoltare – rievoca Tonello – perché Mario alternava aneddoti di calcio agli stralci delle recensioni di spettacoli teatrali o cinematografici”. Un ragazzo, insomma, col quale era facile dividere le ore dal tramonto in avanti, quelle solitamente piu’ inclini alle confessioni. Dal ristorante in Prati a quello a Testaccio, assaggiando – o meglio dire “spizzicando” – pietanze rigorosamente romanesche. Entro la mezzanotte Tonello riaccompagnava Mario a casa, direzione Roma Centro. Da Piazzale della Radio, l’indomani, alle otto del mattino, Mario chiudeva la porta di casa, imboccando il viale di Tor di Quinto. Era Maestrelli a convocarlo spesso – prima dell’inizio dell’allenamento e dell’arrivo degli altri compagni di squadra – per sondare gli umori del suo play-maker prediletto. Perché Tommaso, dall’alto della sua intelligenza, aveva perfettamente capito che, nella disputa perenne tra i due tradizionali blocchi della squadra, Frustalupi incarnava l’arte della mediazione, sapendo svilire con una battuta, da ragazzo arguto, qualsiasi controversia. Anche la piu’ puerile, dal momento che tutto era buono per litigare. E cosi’ Tommaso e Mario si chiudevano nello stanzone degli spogliatoi, scambiandosi opinioni sulla prossima avversaria o sullo stato della squadra. In semplicità, guardandosi negli occhi, dalle otto e mezzo del mattino per una buona oretta. Prima che il rombare della Jaguar di Wilson o della berlina di Long John squarciassero il silenzio del vialetto di Tor di Quinto.