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“Cecé” Saraceni, ecco una Lazio epica

di Giorgio Bicocchi

Morte di Fernando SaraceniFernando Saraceni entrò nella storia, coi fatti, della Lazio dei primi anni del Novecento. Gioco’ con Ancherani e poi, quando Santino scelse di entrare a far parte della banda musicale del maestro Vassalla mollando il pallone, ne prese romanticamente il testimone, guidando la Lazio, prima da giocatore imprescindibile, poi da dirigente di lungo corso.

Pensi a ‘Cece’ – questo era il suo soprannome – e, in mente, tornano istantanee ovviamente in bianco e nero. Con Roma popolata dalle carrozze, con il campo dello Stadio dei Daini colorato dalle prime maglie a scacchi biancocelesti, cucite personalmente, nel sofà di casa, dalle donne di casa-Ancherani.
Saraceni, ovvero, con Santino, la storia di quella Lazio. Un suo tiro al fulmicotone – già perché ‘Cece” era dotato di una potenza incredibile tra i piedi – colpi’ al viso la moglie del Prefetto di Roma di allora, Annaratone, che transitava a villa Borghese a bordo della sua carrozza. Il Prefetto, allora, revocò la licenza del campo del Parco dei Daini, propiziando involontariamente lo sbarco della Lazio al campo della Rondinella. Insomma – negli episodi-chiave della storia biancoceleste – Saraceni c’è sempre stato. La vittoria a Pisa, nel 1908, i tre trionfi messi assieme in poche ore? Si, ‘Cece” era presente, centrocampista che oggi avremmo definito ‘moderno’ per via di quella abitudine a gonfiare le reti avversarie complice la potenza deflagrante dei suoi tiri. Le prime sfide con le altre squadre del quadrante della Roma del primo Novecento? Saraceni le affrontava a petto in fuori. Le finali per lo scudetto del ’13 e del ’14? Presente anche li’. Poco importa che la Pro Vercelli, in una delle due finali, sommerse i biancocelesti. L’orgoglio era di esserci arrivati, primo club a sfidare le corazzate, all’epoca, del Nord. La delusione più cocente? Lo scudetto assegnato a tavolino, dopo la fine della ‘grande Guerra’, al Genoa, datato 1915, senza aver concesso alla Lazio la facoltà di provarci, battuta, chissà perché, senza neppure provarci. Come gli eroi dell’epoca, Saraceni parti’ – lui, classe 1891 – per il fronte, artigliere d’assalto, tornando a Roma per via di un fisico portentoso. Centrocampista negli anni ruggenti, poi terzino, sul finire della carriera, quando, nella Lazio, il suo grande amore, aveva introdotto pure il fratello Luigi, di classe inferiore pero’ a lui. Prima di diventare dirigente, fece in tempo a segnalare un portiere che reputava dal grande futuro. Era Ezio Sclavi, un’altra delle nostre leggende. L’ultimo suo regalo.