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“Flacco” Flamini. Il primo numero 10

di Giorgio Bicocchi

Chi era quel ragazzo smilzo, magro, con un ciuffo di capelli scuri scompigliati dal vento che, dopo l’avvistamento delle coste italiane, era corso sulla tolda del piroscafo?

Si chiamava Enrique Flamini, si era imbarcato in Argentina, al pari di tanti altri ragazzi, desiderosi di cimentarsi nel calcio italiano, magari di essere riconosciuti come “oriundi”. Enrique era nato a Rosario nel ‘17: col pallone ci sapeva fare, giocava a testa alta e non poteva passare inosservato pure in una patria di grandi giocolieri. Gli osservatori del Racing di Avellaneda lo tesserarono ma il sogno italiano, in lui, cominciò a fare breccia.

Erano gli anni in cui la Lazio aveva definitivamente mollato la pista brasiliana, decidendo di abbracciare il filone argentino. Assieme a Flamini sarebbero arrivati Pisa e Barrera. E poi Pisa II, Gualtieri e Fazio. Erano ragazzi di temperamento. Coniugavano classe e sostanza. A differenza dei brasiliani, troppo spesso umorali, mostravano un rendimento costante.
Rispetto a tanti altri possibili “oriundi”, però, Enrique ha una carta in più da giocare. O meglio, esibire. La madre, infatti, gli ha raccontato di un nonno originario di un paese della Campania: basta così spulciare gli elenchi dell’anagrafe per scovare il prezioso documento che gli consente di ottenere la cittadinanza italiana. Il ragazzo ha stoffa, tocca il pallone in modo vellutato, cadenza i ritmi ma va comunque testato: e così la Lazio dell’epoca organizza una amichevole a Napoli. Non è una scelta a caso: tra gli azzurri, infatti, milita Nereo Rocco, un difensore tra i più arcigni, vero spauracchio per chi gravita dalla metà campo in avanti, centrocampista avanzato o attaccante che sia. Flamini supera il provino: sciorina accelerazioni, dribbling. È fatta, la Lazio lo tessera: è l’inizio di una storia bellissima – una delle tante dell’universo biancoceleste – contraddistinta da passioni, sentimenti. In cui emergerà, per il resto della sua vita, una lazialità struggente e romantica.
Enrique diventa cosi’ Enrico, “el flaco”, il magro, si tramuta in “Flacco”, storpiatura romanesca che entra di diritto nell’immaginario popolare.

Già, perché Flamini non tarda ad entrare nel cuore della gente. Esordisce a Modena, firma lo squillo contro la Fiorentina, batte quasi da solo il Milan in trasferta. Scegliendo poi un derby per autografare il suo ingresso in grande stile nella storia biancoceleste. È una stracittadina – quella del maggio del ’40 – che sembra segnata in partenza: un virus influenzale mette a letto gran parte dell’ossatura della squadra. Quando l’arbitro Flamini, un omonimo di “Flacco”, chiama le squadre, la Lazio registra le assenze di Blason, Faotto, Baldo, Pisa, Busani, Camolese, Piola, Costa. Nel riscaldamento si era pure fatto male il dodicesimo Giubilo e così in porta finisce il debuttante Giovannini, ventitre anni senza mai aver disputato un solo minuto. Come spesso è accaduto nelle stracittadine, chi parte svantaggiato trova riposte energie per sovvertire i pronostici. Succede allora che, su sponda dell’arrembante Barrera, Flamini porti la Lazio in vantaggio, scagliando all’incrocio dei pali un tiro di rara potenza. Il portiere Masetti battuto, la Lazio chiude in vantaggio il primo tempo, preparandosi ad una ripresa in trincea. Così accade, il secondo tempo registra scontri, risse, tensioni. Fino a quando l’arbitro assegna, nel finale, un rigore ai giallorossi. Calcia Pantò, con la forza della disperazione il portiere Giovannini devia con la dita di una mano la palla prima sul palo e poi in corner. Flamini trotterella con la palla in mezzo ai piedi negli ultimi, roventi minuti, entrando coi fatti nella storia delle stracittadine.
Era bastato un anno al ragazzo sbarcato da Rosario per prendersi la Lazio, mica una squadra qualunque, all’epoca, potendo annoverare, tra gli altri, quel fenomeno di Piola. Proprio gli scambi tra Piola e Flamini, con “Flacco” sempre alla ricerca del pertugio giusto per innescare la potenza del centravanti costituivano il marchio di fabbrica di quella squadra.
Era in campo, “Flacco”, quando Piola, anche con la testa rotta, vinse quasi da solo il derby del ’41. Quando la guerra arrivo’, col suo carico di morte, Flamini aveva nuovamente varcato l’Oceano, decidendo di giocare nel Cruzeiro, il club di Belo Horizonte. Finito il conflitto, pur tra mille macerie e il cuore straziato, la Lazio riprese a vivere in nome di quegli ideali che avevano indotto il sergente Bigiarelli a legarsi, sulla storica panchina di piazza della Libertà, ai colori dell’antica Grecia.
Ritornano i pionieri, allora, evaporati i fumi della guerra. Vanno in scena mesi di grandi suggestioni, di lazialità ritrovate e commosse. Flamini si accoda e riabbraccia la Lazio nel dicembre del ’46. Ruggine? Macchè, la classe non è evaporata, “Flacco” ritorna per vivere le sue stagioni più luccicanti. In quegli anni la Federazione decide di introdurre i numeri sulle maglie e “Flacco”, ovviamente, opta per il numero dieci, quello che condensa non soltanto classe e fantasia ma il senso di appartenenza di un gruppo. Sta per nascere la Lazio più forte dell’immediato Dopoguerra. La squadra perde Piola, vero, ma ingaggia giocatori veri. Come Remondini e Sentimenti III, ad esempio, gente mai doma.

Flamini, intanto, vive gli anni della sua consacrazione. Decide con una prodezza un altro derby, sciorina classe, inventiva, velocità. Una mezz’ala universale, fantastica per il bagaglio tecnico che poteva esibire. Tredici anni di Lazio, Flamini fu una sorta di istituzione: 282 presenze complessive (l’ottavo laziale di sempre) condite da 45 reti segnate in campionato, di cui il millesimo della storia biancoceleste. Fu capitano per tanti anni, interpretando il ruolo nell’accezione piu’ ampia: guida in campo, tramite tra società e squadra, sostegno generoso e disinteressato per i giovani del gruppo.
Terminata a trentacinque anni la carriera laziale, dopo un paio di impalpabili esperienze nelle serie minori decise di tornare alla casa-madre. Coi giovani aveva un buon rapporto: sapeva motivarli, spronarli, garantendogli appoggi e complicità. Non gli piaceva granchè vedersi in panchina, da allenatore. Meglio lavorare coi ragazzi, plasmandoli, se possibile. E fu cosi’ che “Flacco” iniziò la sua seconda vita biancoceleste.

Divenne, in breve tempo, il capo degli osservatori della Lazio. Insomma, quando “Flacco” si muoveva, era quasi per ratificare un futuro acquisto. Fu questa, ad esempio, la procedura che condusse Pino Wilson alla Lazio.
Erano gli anni, quelli, in cui le minori biancocelesti spadroneggiavano. Non solo talenti in embrione (scoprì, tra gli altri, Tassotti, Giordano, D’Amico, Agostinelli, Calisti, Ceccarelli) ma pure giocatori per la prima squadra. I rapporti con l’Argentina erano rimasti ottimi, idem le segnalazioni. Fu così che Flamini orientò la carriera di Giancarlo Morrone, un altro suo protetto. Aveva talmente fiuto da saper giudicare in un attimo se un giocatore avesse o meno qualità. La frase, che amava spesso, “non ha le unghie per usare la chitarra”, era sinonimo di una bocciatura imminente. Mai una parola fuori posto, molti silenzi, sicuramente sudamericani.
Quando il male cominciò a minarlo alla gola, era solito girare con maglioni a collo alto per cercare di dissimulare la tragica fine imminente. Morì a 65 anni, in un freddo giorno di gennaio e la Lazio, d’improvviso, come spesso è accaduto nella sua ultracentenaria storia, si ritrovò piu’ sola e meno ricca di competenza ed umanità.