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Stefano Fiore, 40 anni e una Coppa da custodire

di Giorgio Bicocchi

Fiore-wTre gol in semifinale, contro il Milan. Altrettanti in finale, contro la Juve. Ancelotti, prima, e Lippi, poi, a maledire i colpi e le intuizioni di quel centrocampista universale, capace di giocare in almeno tre dei quattro ruoli di centrocampo, che si era frapposto al cammino verso la coccarda tricolore di rossoneri e bianconeri.
Bello oggi, festeggiando i quarant’anni di Stefano Fiore, riavvolgere la pellicola della Coppa Italia del 2004, la quarta della nostra storia, firmata – chi potrebbe negarlo? – dalle prodezze del centrocampista, acquistato da Cragnotti dall’amico Pozzo, uno degli ultimi colpi milionari del Dottore prima di abdicare, suo malgrado.
Un gol a San Siro, nell’andata della semifinale di Coppa Italia. Una doppietta al ritorno, quando il Diavolo incassò quattro gol nell’esiguo spazio di un tempo. Era la prima Lazio manciniana, spumeggiante, talvolta, come la squadra odierna plasmata da Pioli. Poi, in finale, nel doppio round contro la Juve di Del Piero, Nedved e Trezeguet, ecco un’altra doppietta nella gara d’andata, giocata a marzo, all’Olimpico. Primo gol su assist volante di Couto, il secondo addirittura in rovesciata, prodezza dei grandi campioni. Nel ritorno, al Delle Alpi, altro squillo: dopo la capocciata di Corradi – che aveva praticamente orientato la contesa, a nostro vantaggio – ecco il colpo liftato, velenoso, che prenotò la festa.
Stefano Fiore, a Formello, incise, eccome. Male il primo anno, in cui non si ambientò passando dalla quiete di Udine alla bolgia romana. Quella, poi, fu l’annata del cambio tecnico (sbagliato) in corsa tra Zoff e Zaccheroni, culminato nell’infame uno a cinque nel derby di ritorno.
Fu Mancio a cambiargli ruolo, relegandolo sulla corsia di destra, funambolo bravo a concludere oppure a ispirare tagli e verticalizzazioni. Capocannoniere della Coppa Italia del 2004, otto gol addirittura segnati in campionato: con tiri da fuori area o percussioni improvvise. Sarebbe rimasto a vita nella Lazio, ormai beniamino: fu la gestione della Banca, sfrattato Cragnotti, a relegarlo in Spagna, prima dell’avvento di Lotito. Il ricordo – pur a fronte di sole tre stagioni, condite peraltro da quasi cento presenze complessive – e’ quello di un ragazzo mai banale nelle dichiarazioni, istruito e perbene. E, in campo, un giocatore di grande classe e fiuti improvvisi. Uno dei motivi per cui Mancini – che, di tecnica, se ne intendeva – si invaghì calcisticamente di lui.
Romantico, oggi, nel giorno di un complimento importante, ricordarsi di lui: auguri, Stefano, assoluto re di Coppa del 2004.