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Uber Gradella. Coraggio da numer uno

di Giorgio Bicocchi

Viva Uber, proprio così, senza girarci attorno, come se fosse una scritta composta sopra un muro. Uber Gradella compirà nel prossimo mese di giugno 91 anni, simbolo di una Lazialità bella e appassionata. E’ bastato scorrere decine di foto, accludendovi gli articoli di giornali dell’epoca, sommando i ricordi sbiaditi di chi c’era e di chi ebbe la fortuna di vederlo parare.

Viva Uber, allora, per questo compleanno che premia l’attuale decano tra i giocatori della Lazio. Numero uno essenziale, con un innato senso del piazzamento. Aggiungete i comportamenti, lo stile sobrio, la gentilezza d’animo: cromosomi biancocelesti, insomma. Palpiti del cuore che i bambini di allora – oggi ultrasessantenni – potrebbero confermare. Erano soliti avvicinarsi a Uber all’uscita della trattoria del Centro dove i giocatori della Lazio si radunavano, la domenica mattina, prima di dirigersi verso Piazzale Flaminio, salendo sul tram, andando a giocare, le borse adagiate sulle spalle. Immagini in bianco e nero, che emozionano ed emozioneranno ancora chissà quanti giovani laziali. Una fila di ragazzi perbene: la sagoma di Piola, il ciuffo di Flamini, il sorriso di Lombardini, l’eleganza di Gradella. Guidati da un signore dal cuore buono come Zenobi. In quegli anni, la sede di via Frattina era una sorta di scrigno e di rifugio dove, dal tramonto in avanti, confluivano giocatori, dirigenti, tifosi, giornalisti. Roma era più bella, la Lazio vicinissima alla propria gente, con cui divideva umori e sensazioni.
Uber era così, affabile, disponibile. Senza mai apparire un privilegiato. Parole misurate e tanti sorrisi: gli stessi con cui, negli anni successivi, avrebbe accolto i clienti che varcavano la soglia del suo negozio. La Lazio, per lui, mantovano di nascita, classe ’21, fu una favola. Fantastica, irripetibile ma poi brutale per quell’infortunio doloroso che gli precluse la carriera, prima, il futuro biancoceleste, poi.

Uber era piombato a Roma da Verona: aveva diciotto anni ed era stato appena eletto miglior portiere della serie B. Erano gli anni Quaranta, Gradella si prese la porta lasciando a Piola, in attacco, il compito di incantare. Dieci anni da portiere della Lazio, reciteranno gli almanacchi. Fino a quel pomeriggio del febbraio del ’49 quando, a Bergamo, al termine di una mischia paurosa in area, un mucchio di giocatori gli franò sulle gambe. La diagnosi, negli spogliatoi, sarebbe stata terribile: un ginocchio praticamente in frantumi. C’erano però un paio di minuti ancora da giocare e non perdere a Bergamo, per quella Lazio di allora, povera ma orgogliosa, era risultato vitale. Uber non mollò, restando in campo, mentre sentiva le gambe cigolare e il terreno quasi franargli attorno. Il ginocchio girato, il dolore che cresceva, fino a diventare insopportabile. Il senso dell’appartenenza, un ideale da difendere, anche a costo della propria incolumità. Fu a Bergamo che Gradella ipotecò la storia, entrando di diritto nell’immaginario popolare, scacciando l’oblio, quello che spesso, terminata la carriera, avvolge la vita di un giocatore.
La rieducazione fu lenta, tormentata: fu forse per questo che la Lazio scelse di consegnare la porta a Sentimenti IV, sebbene Uber fosse ormai in rampa di lancio, guarito e di nuovo felice. Ricevette la lista gratuita, la possibilità ovvero di accasarsi liberamente altrove. Uber non ci dovette pensare neanche un po’: Roma, la Lazio, gli avevano regalato fama, un po’ di soldi, la vetrina, il successo. Non avrebbe avuto molto senso, a ventotto anni, ricominciare altrove. O meglio, non avrebbe avuto la stessa valenza. Uber imitò il gesto romantico di Ezio Sclavi, un altro portiere, un altro formidabile romantico che, quasi trent’anni prima, preferì smettere – senza legarsi ad altri colori – piuttosto che lasciare la Lazio. Una bandiera da preservare: la Lazio, il suo mondo, quelle maglie biancocelesti gli erano talmente entrate nelle vene che Gradella decise di passare gran parte della sua vita gestendo un negozio di articoli sportivi a Piazza Mancini, ad un sospiro dal campo (il Flaminio) e nel cuore del quartiere di Roma in cui, più degli altri, pulsa la passione verso la Lazio. Nessuno, in fondo, può pensare di chiudere il cerchio della propria vita.