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“Vi racconto il mio Roberto” (prima puntata)

di Giorgio Bicocchi

Bob_e_Carla_nel_1973-Dicono che una fotografia sia per sempre: chissà se sia per questo, allora, che Bob Lovati abbia riempito la casa di via Nemea, in cui una notte di quattro anni fa si è addormentato senza più risvegliarsi, di un mucchio di fotografie. Infilandole addirittura negli incavi delle cornici dei tanti quadri, belli e meno belli, che adornavano il suo scrigno.
Amava fotografare, Bob, spesso focalizzando l’obiettivo su Carla, la compagna di più di metà della sua vita. Incontrata quando lei aveva appena ventisei anni, già mamma di due bambine, mentre lui, Bob, aveva varcato la soglia dei quaranta. Foto scattate al mare, a Fregene, una delle mete predilette, anche d’inverno, o in montagna, come qualche foto a corredo di questo pezzo rievoca. ‘Il mare era il nostro compagno d’inverno quando la Lazio non si allenava. O nel giorno libero della squadra. Andavamo alla Conchiglia o in qualche altro ristorante‘.
Carla, la ragazza del Lago di Garda, nata a Torbole, in uno dei più bei spicchi dello Stivale, e il grande Bob, il Totem di Cusano Milanino diventato, coi fatti, l’essenza della Lazialita’. Che Carla, raccontando se’ stessa accanto all’amore di una vita, chiamerà sempre e solo Roberto.
Una passione lunga, a volte tempestosa. Condita da prendersi, lasciarsi (‘come quella volta a Nemi in cui, arrabbiatissimo, mi verso’ le fragole addosso‘). Con qualche spaccato difficile da comprendere. Ma storia vera, intensa. Accompagnata da un rapporto bellissimo e coinvolgente con i rispettivi figli della coppia. Carla, all’epoca, quando conobbe Bob, era una giovane mamma. Francesca ed Elena le sue bambine. Più piccole – anche se di pochi anni – di Stefano, l’unico figlio di Bob, nato dal suo legame con Lilly, erede di uno dei grandi doppiatori dell’epoca. Carla e Bob si conobbero alla fine degli anni Sessanta. Da allora hanno vissuto insieme ma senza vivere insieme. E questa sarebbe la prima domanda da porre a Bob, d’istinto, se solo la sua anima planasse dal cielo, diventando improvvisamente e nuovamente palpabile.
Abitavamo a poche centinaia di metri, io, da separata, mi ero trasferita in un appartamento in affitto appena all’inizio della via Cassia, appena dopo la discesa, proveniendo da Piazza dei Giochi Delfici. In tanti anni Bob mai varco’ la soglia del mio appartamento. Ritrosia? Rispetto? Il senso della privacy? Una riservatezza sopra le righe? Forse tutto questo. Era un uomo lunatico ma quando pensavi di conoscerlo e di capirlo tirava giù la saracinesca. Una notte mi sentii male, una colica violentissima. Gli telefonai ma non sali’ a casa neppure in quella circostanza. Mi aspetto’ sul portone, col motore acceso, per portarmi all’Ospedale San Pietro. Era capace di accompagnarmi a casa, a Torbole, lasciandomi davanti al cancello, senza mai entrare. Poi venivo a sapere, però, che, proseguendo, era andato a mettere un fiore sulla tomba di mio padre, al cimitero del paese‘.
Già, Carla: la passione di Bob per i fiori e per le passeggiate al mercato. Chi, transitando per Roma Nord, non lo ha mai incontrato, da mezzogiorno in poi, al mercato di Ponte Milvio?. ‘Gli piaceva molto fare la spesa, magari non cucinare, ma comperare gli ingredienti si. E il mercato dei fiori era un’altra sua meta‘.
Spesso, raccontano gli amici di Bob, anche solo per regalare una rosa a qualche tifosa che gli chiedeva come stessero Long John o Bruno.
Ma perché, Carla, mai ti ha chiesto di andare a vivere con lui, sposandoti? ‘Era uno dei crucci anche di Stefano. Negli ultimi anni Roberto passava molte ore da solo, nella casa di via Nemea. E quando Stefano – magari per impegni professionali – tardava a fargli la consueta telefonata, si incupiva. Stefano, spesso, mi diceva che era stata colpa di Roberto aver alimentato quel senso di solitudine. Avreste dovuto vivere insieme, stavate insieme e sicuramente sarebbe stato meglio, mi diceva. Ma io non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo, rispettando le sue decisioni’.
Vacanze trascorse tutti assieme, in quei meravigliosi primi Anni Settanta, direzione solo e soltanto Madonna di Campiglio, come la splendida foto a corredo, risalente al 1973, testimonia. Chiudete gli occhi: ve l’immaginate la sagoma dinoccolata di Bob che sale i sentieri di montagna? ‘Roberto amava la montagna. Più del mare in cui trascorreva il tempo al sole, come una lucertola, col solo intento di abbronzarsi molto e di nuotare poco. San Martino di Castrozza e’ stato il nostro regno. Partivamo tutti e cinque: lui, io, Stefano, Francesca ed Elena. Per le mie figlie Stefano era un fratello acquisito. Un rapporto franco, bello, coinvolgente: ancora adesso Stefano e’ il loro ortopedico di fiducia. Salivamo spesso al rifugio della Rosetta. Oltre duemilacinquecento metri, un panorama mozzafiato. Partivamo i primi di luglio: a quei tempi i ritiri delle squadre iniziavano il mese di agosto, non come adesso. Così Roberto era con noi fino al 20-22 di luglio salvo poi tornare a Roma, pronto per partire in ritiro. In montagna avreste dovuto vederlo: pretendeva di fare anche le scalate con le scarpe lisce‘. (fine prima puntata)